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Giullare



Il Quattrocento e il genere comico
Vive nella prima metà del Quattrocento Domenico Di Giovanni, detto il Burchiello, che compone sonetti alla rinfusa, senza consecuzione logica allinea parole slegate e ottiene così un notevolissimo successo: in lui l'eco della tradizione scandalistico-giocosa di scuola alla Angiolieri. E legato alla tradizione giullaresca è Antonio Cammelli: nei suoi Sonetti faceti motivi comici come la divertita descrizione del proprio tugurio o l'autocaricatura. Ma, soprattutto, Luigi Pulci è il grande protagonista di quest'epoca perché si ispirò ai cantastorie di piazza e mise in burla le parlate plebee affascinato da forme semplici e fresche; con il suo poema cavalleresco di materia francese, il Morgante, in ottave, si burla della materia eroica e se gli va riconosciuto il difetto d'unità, all'opera non mancano certo i colpi di scena e le novità. I personaggi sono pertanto sconvolti, i canoni rovesciati, rotti gli schemi logici, rovesciate le gerarchie consacrate: il mondo dell'idealità cavalleresca è smascherato e l'epica è trasformata in burla; a farla da padrona è la comicità popolare, comicità a volte grottesca, unita ad una sfrenata fantasia.

Luna Storta

Rustico Filippi
Rientra nel genere della poesia comico-parodica anche la personalità di Rustico Filippi; caratteristica la sua vena satirica nel ritrarre scene e persone dell'ambiente borghese fiorentino con un tono grottescamente caricaturale, con linguaggio corposo ed espressivo intessuto di termini rari e di formule idiomatiche. Il suo canzoniere, che per metà vede comparire anche componimenti ?alti?, è segnato dalla presenza di poesie comiche in cui l'autore, da abile stilizzatore di caricature, ritrae un'adultera e un marito sciocco, un soldato spaccone, lo scherzo di natura e quant'altro in modo incisivo e spassoso.

Luna Storta

Cecco Angiolieri
La poesia di Cecco Angiolieri si rifà alla poesia latina dei goliardi perché da essa ricava caratteri stilistici, temi e situazioni. È un genere poetico, il suo, che si ricollega alla precedente tradizione della letteratura comica, ai canti dei goliardi e prelude ai successivi sviluppi dei generi parodici, giocosi, 'carnevaleschi'. Una poesia dunque anticonformistica e alternativa che rifiuta la visione del mondo gerarchica e ufficiale e dà voce alla diversità e all'emarginazione. Dai componimenti di Cecco Angiolieri si delinea il quadro della sua vita irregolare e inquieta trascorsa nelle taverne, a giocare a dadi, con le donne. L'amore che egli canta, infatti, è quello sensuale per una fanciulla plebea, il rovescio cioè delle eteree donne cantate dagli stilnovisti; canta l'odio per il padre, impreca contro la sorte: tutto risponde ad un intento di esagerazione parodistica in polemica con lo stilnovismo.

Luna Storta

Il filone comico
L'esperienza comica della lirica toscana è di certo dotta e rappresenta una tendenza poetica che trova corso fra il Duecento e il primo Trecento; è di tipo burlesco, realistico e borghese o, per dirla più esattamente, è poesia 'comica', dando però a tale aggettivo l'accezione che gli diede la retorica medievale e Dante nel De vulgari eloquentia: materia realistica, umile e tono basso di stile e di lingua.

Il filone comico ritrova le sue radici nella poesia goliardica latina che cantava le donne, la taverna, il dado, si concedeva parodie liturgiche, improperi anticlericali e misogini, ma se ne possono ritrovare le origini anche nella poesia dei giullari, nei sirventesi di polemica politica propri dei provenzali e negli enueg (elenchi di cose fastidiose).

Molto spesso si sottolinea la vicinanza di questa poesia alla vita quotidiana e si parla di Siena come del suo centro propulsore in polemica con lo stilnovismo di Firenze. Senesi sono infatti Cecco Angiolieri, Meo De' Tolomei, il Musa, Folgòre, il Granafione, Bindo Bonichi. Certo è che il fenomeno è largamente toscano e appartiene a fiorentini come Rustico Filippi e Pieraccio Tedaldi, a poeti aretini come Cenne Della Chitarra, appartiene a lucchesi come Pietro De' Faitinelli, ma pure ai perugini Nuccoli e Ceccoli o al trevigiano Niccolò De' Rossi.

Il registro comico-realistico, appartenne però anche a poeti 'seri', come Cavalcanti e Guinizzelli, Cino o Dante Alighieri. Quindi se ne può dedurre che non ci sia una vera e propria opposizione fra lo stile alto e quello comico-realistico quanto, piuttosto, un'alternanza consapevole di due registri, dei quali l'uno è il rovescio dell'altro.

Luna Storta

Il mimo
È molto complessa la preistoria del mimo romano. Il termine greco indica l'imitazione della vita reale e tale etichetta è da attribuire sia a forme di letteratura sofisticata, sia a generi quali il music-hall, l'avanspettacolo con numeri slegati, privi di testi veri e propri ma carichi di improvvisazione, danza, musica e arte mimica. Pertanto l'imitazione di scene della vita quotidiana significava o fare la parodia di generi letterari più importanti o adottare un crudo realismo.

All'inizio la rappresentazione di mimi si svolgeva verso la fine di aprile, ai ludi florales; poi diventò una forma di spettacolo molto richiesta anche grazie al crescente gusto veristico. Gli attori recitavano senza le calzature rialzate e senza maschera.

Del mimo di età cesariana molto noti sono gli autori Publilio Siro e Decimo Laberio. La fortuna del mimo in età repubblicana e nella prima età imperiale si basa sull'utilizzo di canovacci schematici, canzoni, scenette con equivoci piccanti o litigi clamorosi e finale a sorpresa.

In età imperiale il mimo si distaccò dalla commedia evolvendo verso forme di recitazione muta e di balletto: fu il clamoroso successo del pantomimo.

Luna Storta

I testi dei giullari
La parodia adottata nel XIII secolo a livello letterario diverte e dissacra, è a metà fra l'evasione e la ribellione e nella maggior parte dei casi rivede, in modo comico, testi sacri come, ad esempio, avviene con la parodia della 'Passione' eseguita da Ruggieri Apugliese, senese, giullare e per secoli si avranno rivisitazioni in chiave goliardica di testi sacri.

Al genere dei giullari appartiene anche l'anonimo 'Detto del gatto lupesco' che sembra essere una serie di avventure raccontate dal giullare-giramondo. Vanno poi ricordate opere come i 'Proverbi di Garzo', forse proprio quel Ser Garzo dell'antico laudario di Cortona e il 'Bestiario moralizzato' di Gubbio che ricava una lezione etica declinando in sonetti le figure degli animali.

Luna Storta

Giullare
In provenzale 'joglars', in spagnolo 'juglares', dal latino
'ioculares', in glosse del V secolo con l'accezione di 'buffone'; in
francese 'jongleurs', dal latino 'ioculatores', termine già presente
in Cicerone. Durante il medioevo il giullare era colui che,
girovagando di corte in corte, di paese in paese, faceva divertire le
persone per mestiere esercitando l'arte della comicità, della parola,
ballando, recitando,suonando o impegnandosi in esercizi di giocoleria.
In questo modo si portavano avanti tradizioni antiche, quale ad
esempio quella dei mimi d'Alessandria e di Roma, contaminate da
elementi arabi, germanici. Proprio a causa di tali contaminazioni e
per la sua ascendenza pagana, il giullare era guardato con diffidenza
dalla Chiesa che aveva particolarmente in astio la pratica teatrale di
cui si mettevano in rilievo le componenti 'demoniache'. Ma se la Chiesa contestava la figura del giullare, il pubblico, al contrario, adorava i giullari e anche i signori che arrivavano ad ingaggiarli.

Considerati tali motivi, ecco dunque che la condizione del giullare
risentiva di una certa inferiorità sociale e morale. Nel XII secolo
Guglielmo D'Aquitania gareggiò con loro e in questo modo diede dignità
letteraria a tale figura, modificando la vecchia accezione di
'giullare': ora il termine frequentemente si confondeva con quello di
trovatore. Per questo nel 1274 Guiraut Riquier fece una petizione ad
Alfonso X di Castiglia affinché la terminologia ufficiale ponesse le
dovute differenze fra i due termini. In realtà la differenza fra i due
ruoli si rivelò nel concreto perché i trovatori erano artisti
raffinati e i giullari per lo più esecutori e divulgatori.

Luna Storta

Mistero Buffo, Manuale Minimo dell'attore
Nel 1997 Dario Fo ottiene il Premio Nobel per la Letteratura 'per
avere emulato i giullari del Medio Evo, flagellando l'autorità e
sostenendo la dignità degli oppressi'.

Da sempre critico nei confronti della morale borghese e attento alle
realtà marginali, Dario Fo ha di certo moltissimi meriti e notevole è
il suo impegno politico e civile. D'altronde la Lombardia, la regione
in cui è nato, era una regione-crocevia fatta di eretici, di mercanti,
di poeti provenzali e di giullari, di cultura alta e di tradizione
popolare. E Dario Fo ha ridato oralità alla letteratura.

L'obiettivo di 'Mistero Buffo', il suo capolavoro, è dare voce al
mondo 'basso' che la letteratura ha sempre voluto cancellare: ecco
dunque che ci descrive in modo parodico la resurrezione di Lazzaro
così come il primo miracolo di Gesù Bambino, oppure reinterpreta in
chiave popolare 'Rosa fresca aulentissima' di Cielo D'Alcamo, a volte
lavorando sui testi originali, in altri casi rielaborando documenti
medievali per raccontare la storia vista dalla parte dei deboli,
burlandosi della storia 'ufficiale'.

Il 'Manuale minimo dell'attore' nasce da uno stage del 1984 tenuto al
Teatro Argentina e vari gli argomenti trattati ma a caratterizzarli
c'è sempre il suo approccio particolarissimo, il suo linguaggio: la
commedia dell'arte, l'analisi del testo drammaturgico e, soprattutto,
i suoi consigli sulla recitazione.

Luna Storta

Chi è il giullare?
Il giullare è il cantastorie, il giocoliere del Tardo Medioevo e, per
analogia, vennero chiamati 'giullari di Dio' i Poeti Laudes (in questo
modo infatti venne definito anche Iacopone Da Todi).

Con valore negativo si definisce giullare il buffone, che lo sia di
mestiere oppure no, la persona senza dignità, il saltimbanco.

La figura del giullare è da ricollegare a quella del mimo,
dell'istrione latino; il termine appare nei testi del IX secolo per
intendere 'mimus', 'histrio', ed in seguito la parola 'giullare'
sostituì addirittura questi termini e così dire 'giullare' voleva dire
parlare di giocoliere, acrobata, saltimbanco, buffone.

L'età d'oro del giullare riguarda il periodo tra il X e il XIII
secolo: i giullari si diffondono in Italia, Francia, penisola iberica,
nelle zone anglo-normanne, germaniche e in quelle latine d'Oriente e
vivono ai margini della vita sociale, condannati dalla Chiesa,
rappresentando la corruzione, l'anormalità. Sono sempre presenti
specie durante le ricorrenze essendo esperti di danza, canto e
recitazione tant'è che i trovatori gli fanno eseguire le loro opere
letterarie e poi saranno i giullari stessi a comporne, abbandonando in
questo modo la loro condizione di inferiorità all'interno della
società. D'altronde presso protettori e corti avevano cambiato la loro
qualifica diventando menestrelli e certo non pochi trovatori hanno
origine giullaresca.

Luna Storta

Le donne dello spettacolo nel Medioevo: le giullaresse
Giullari, commedianti, musicisti e istrioni del medioevo vivevano, esclusi dalla grazia di Dio, non collocati nella società ufficiale, non appartenevano ad un signore o ad una terra. Erano posti ai margini di una società che prevedeva un ordine naturale costituito da clero, nobiltà e terzo stato. Questi margini sembrano costituire un limbo simbolico e tuttavia concreto in quanto i giullari attraversavano ogni tipo di confine: politico, territoriale, sociale, morale.

Sembra che in questo limbo si fossero create le condizioni affinché tra giullari si fosse superata la condizione di subalternità delle donne. In questo limbo uomini e donne vivevano in condizione che in termini attuali definiremmo paritaria.

Tra i pochi documenti che descrivono dettagliatamente gli spettacoli delle giullaresse, mi sono imbattuto in una testimonianza di Guillaume de Lorris (1200 circa - 1238 circa), che ne 'Le Roman de la Rose', mentre descrive una scena mondana di danze, canti e carole, si sofferma a parlare delle giocoliere. Non si parla soltanto di dame della buona società che si dilettano nella danza, ma anche di donne che vivono per mezzo della loro stupefacente abilità nella giocoleria.

Vedo sul prato le giocoliere,
dita sottili, mani leggere,
abili gesti, mosse perfette.
Ecco, tamburi e tavolette
lanciano in aria. Guardo stupito,
uno per uno sopra un sol dito
cadono tutti senza mancare
solo una volta. [...]

Trad. di Gina D'Angelo Matassa, L'Epos, Palermo 1993

Alle danze partecipavano le dame, mentre i 'jongleurs' (termine che può essere tradotto in 'giullari' o 'giocolieri') di ogni sesso, sirventesi e lorenesi, suonavano e cantavano a beneficio delle danzatrici e dei cavalieri, i quali, terminate le danze, si intrattenevano con le dame e le donzelle.

Da un documento tratto dall'appendice di E. Faral, 'Les Jongleurs en France au moyen age',1910, si evince che nel 1241, presso la corte del Sacro Romano Imperatore Federico II (1191 - 1250), Riccardo di Cornovaglia (1209 - 1272) assistette e documentò lo spettacolo di giullaresse saracene, le quali volteggiavano in equilibrio su delle sfere, mentre cantavano e suonavano cembali.

Sempre citato testo di Faral (p.63) si parla della giullaressa Agnese, che entrò nelle grazie di Venceslao II (1271 - 1305), re di Boemia e in seguito anche di Polonia, noto estimatore e protettore dei minnesinger. Agnese, abile nel canto e nel suonare l'arpa, godeva di diversi privilegi, tra cui l'avere al proprio servizio una dozzina di cavalcature e di recare ambasciate per conto del re presso personaggi influenti. La sua vita a corte non era comunque delle più rosee, tenuto conto della reputazione che donne della sua specie avevano agli occhi delle cortigiane. Non a caso, alla morte del re, ella cadde in disgrazia e fu accusata di averlo avvelenato.

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